(Italiano) ***ARTICOLO*** «Diritti dei contadini e degli altri lavoratori rurali: la presa di posizione ufficiale delle Nazioni Unite» – Dott. Alessandro Zavatteri

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(A cura del Dott. Alessandro Zavatteri (IgiTo). N.B.: Le opinioni espresse sono presentate a titolo personale dall’Autore e non riflettono necessariamente la posizione di IgiTo sul tema esposto. Le informazioni presentate hanno carattere generale e divulgativo e non sostituiscono in alcun modo l’assistenza di un professionista. Per informazioni: info@igito.it)
Il 17 dicembre 2018 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nella sua formazione plenaria, ha adottato la Risoluzione A/RES/73/165, recante la “Dichiarazione dei diritti dei contadini e degli altri lavoratori rurali”. Tale documento è il frutto di decenni di lotte sociali portate avanti dalle comunità contadine di varie aree del mondo, la cui voce si è riunita in particolare intorno all’azione del movimento internazionale La Vía Campesina. La Dichiarazione rappresenta un’importantissima presa di posizione politica e culturale della comunità internazionale sul tema della tutela dei diritti di tutti coloro che lavorano nelle aree rurali e, nonostante dal punto di vista del diritto internazionale non abbia efficacia vincolante, la sua adozione implica comunque un’assunzione di responsabilità, alla quale gli Stati non potranno sottrarsi con leggerezza.
La necessità di una dichiarazione di diritti specifica per i contadini e gli altri lavoratori rurali è derivata dalla loro ormai conclamata condizione di vulnerabilità, che si manifesta specialmente nelle seguenti aspre contraddizioni: l’80% delle persone che soffrono la fame vive nelle zone rurali ed il 50% di quelle persone posseggono unità produttive agricole di piccola scala; circa 500 milionidi unità produttive agricole, nei paesi in via di sviluppo, nutrono circa 2 miliardi di persone, ossiaun terzo dell’umanità; nonostante ciò, lagricoltura familiare produce più del 70 % dell’alimentazione mondiale.
Di fronte a tale realtà, il documento adottato dalle Nazioni Unite sancisce un cambio di prospettiva rispetto alle politiche di sviluppo per il futuro, tanto a livello nazionale come a livello internazionale. Esso riconosce la necessità di considerare tutti i diritti umani come ugualmente degni e di pari gerarchia, al fine di abbandonare logiche radicalmente individualistiche, spesso di natura strettamente economica e finanziaria, e di recuperare, da un lato, un sempre più sbiadito senso della collettività, dall’altro, una sensibilità umanistica sempre più repressa da discorsi tecnico-utilitaristici. Tale spirito è rappresentato altresì dalla circostanza che, prima di essere sottoposta al voto finale della formazione plenaria, nonostante lo sviluppo dell’agricoltura, lo sviluppo sostenibile, la nutrizione. la sicurezza alimentare e la sovranità alimentare – concetti fondamentali della medesima Dichiarazione – siano temi rientranti esplicitamente nella competenza della Seconda Commissione Principale dell’AG delle Nazioni Unite, che si occupa di “Affari economici e finanziari”, la proposta di risoluzione recante la dichiarazione dei contadini e degli altri lavoratori rurali è stata affidata ai lavori della Terza Commissione Principale, che si occupa di “Affari sociali, umanitari e culturali”.
Purtroppo, duole constatare che, sui 121 voti espressi a favore del documento in questione, solo una minima parte è provenuta da paesi cosiddetti “occidentali” o “sviluppati”; la presenza di questi ultimi, al contrario, è massiccia nell’elenco dei voti contrari e degli astenuti; fra gli astenuti, si registra la massiccia presenza del blocco dei paesi europei, fra i quali l’Italia. In altre parole, i voti favorevoli sono stati espressi da tre aree di mondo: l’America Latina, l’Africa e l’Asia. Non mancano certo eccezioni eccellenti, in un senso e nell’altro: da un lato, hanno votato a favore Portogallo, Svizzera, Monaco e Repubblica di Moldova; dall’altro, Argentina, Brasile e Colombia, si sono astenuti. Fra i casi menzionati, risalta soprattutto quello della Colombia, che nel 2016, dopo più di cinquant’anni di guerra civile combattuta per la riforma agraria, con il disarmo delle FARC e l’adozione dell’Accordo Finale di Pace per la riforma rurale integrale, pareva finalmente aver imboccato la strada della pace, che oggi tuttavia sembra più che mai lontana, a causa della persistenza del conflitto armato interno e del massacro di moltissimi lider sociali contadini indigeni e non indigeni.
In ogni caso, occorre tener presente che la Dichiarazione dei diritti dei contadini e degli altri lavoratori rurali non può e non deve essere vista come la dichiarazione dei paesi latinoamericani, africani ed asiatici, bensì come atto dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ossia di un organo rappresentativo della comunità internazionale. I problemi che essa considera sono di interesse comune, dal momento che i problemi che affliggono i lavoratori rurali nei paesi cosiddetti “del terzo mondo” e “in via di sviluppo” spesso non sono scomparsi nei cosiddetti “paesi sviluppati”, ma si presentano soltanto sotto altre vesti, in altre forme. Inoltre, l’esperienza di tali paesi deve essere tenuta in grande considerazione, dal momento che la storia non è affatto sinonimo di progresso: ad esempio, le due guerre mondiali hanno riportato hanno fatto regredire l’agricoltura italiana di decenni, mettendo i nostri lavoratori rurali nuovamente a confronto con problemi che si davano per superati. Infine, se davvero si intende pensare lo sviluppo in un’ottica internazionale, è necessario che i paesi (economicamente) sviluppati riconoscano il proprio concorso di responsabilità nell’aver creato e nel continuare a creare, con le proprie politiche economiche, commerciali e finanziarie, quelle disparità dalle quali sono emerse molte delle istanze di giustizia rappresentate nella Dichiarazione; le medesime istanze che, tra l’altro, cominciano a permeare altresì le loro società.

***VIDEO*** «Estructura de la excepción de inconvencionalidad en Colombia» – Ab. William Felipe Hurtado Quintero

 

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(English) ***ARTICLE*** “The Striani Case” – Dott.ssa Axelle Tigani Sava

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(By Dott.ssa Axelle Tigani Sava. Important note: The opinions expressed are presented by the Author as a personal opinion and do not necessarily reflect the point of view of IgiTo on the addressed matters. The information provided is general, has divulgative purpose and does not substitute the assistance of a professional. Information at info@igito.it)
Daniel Striani is a Belgian football agent and he filed a complaint with the European Commission regarding the FFP ( the UEFA’s Financial Fair Play Regulations), stating that the above mentioned law is anti competitive and has a negative impact on the ability to generate an income.
The issue that occurred had been object of a big debate within the sports environment. The FFP has brought different consequences among European football clubs: some of them have been able to operate normally and have expanded squads and wage bills, other clubs, however, have faced problems and insolvency, due to operations made above their means.
With the scope of putting a limit to the huge amount of debt within the European football, in September 2009 the UEFA’s Executive Committee approved the notion of financial fair play .
There were numerous objectives that the Executive Committee wanted to address, such as achieving a protection of the long term viability regarding European club football, introducing more discipline and rationality within club finances, decreasing pressure on salaries and transfer fees, encouraging clubs to compete within their means and long-term investments. This means that  football clubs need to balance their books or break even and they cannot, as part of a multi-year assessment, spend more than their generated income.
Striani complained before the European Commission that the FFP had restricted his freedom to provide services in the Union because of the budgetary cap that has been imposed on football clubs.  Striani stated that by preventing clubs from spending more than what they have earned in previous seasons, then they would not be able to invest in the player’s market, limiting the amount of transfers and decreasing profit possibilities for player’s agents.
Since the European Commission rejected Striani’s complaint, the agent filed a petition  before the Tribunal of Brussels . On June 19th the Tribunal then referred three preliminary  questions to the European Court of Justice (ECJ) aiming to assess whether the UEFA FFP complied with EU law. On July 16th, the ECJ issued an order declaring that the above mentioned reference for a preliminary ruling irreceivable.
The three questions faced three different issues. The first one regarded the break even requirement infringing articles 101 or 102 TFEU, the second one regarded the break even requirement violating the provisions on free movement of capitals services and persons and articles 15 and 16 of the Charter of Fundamental Rights of the EU and the third one regarded articles 65 and 66 of the FFP being discriminatory.
The case was under the attention of a lot of people within the sports environment, since almost all  European football stakeholders are in some way affected by FFP, for instance regarding the obstacles of free movement rights, the probable violation of antitrust law and the respect of fundamental rights.
Because of the outcome, a lot of critics think that the Striani case represents a missed opportunity to address the problems that the FFP has brought to the European football clubs, especially regarding the fact that certain clubs can rely on hundreds of millions of income, while others can’t. This means that the FFP represents a discriminatory bugdet cap, bringing a highly possible fossilization in the rankings.
Therefore, we will have to wait to see if another opportunity arises for the ECJ to address these issues.

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